Lavorare senza padroni: fra Italia e Argentina

Chi oggi perde il lavoro o andrà in cassintegrazione perché la sua azienda è in crisi, chiude o delocalizza ha davanti a sé un futuro di disoccupazione e miseria in solitudine. Gli ammortizzatori sociali ormai sono  il viatico per la mobilità e i licenziamenti, e l’azione sindacale è rivolta quasi solo al loro utilizzo. Mentre i governi impongono tagli e controriforme per mantenere alti i profitti di banche e imprese, gli unici ad andare veramente in “default” in questo paese sono i lavoratori e le lavoratrici dipendenti, i precari, i cassintegrati ed i disoccupati.

Foto LaPresse – Vince Paolo Gerace
28/11 /2018 -Trezzano sul Naviglio (MI)
Cronaca
Trezzano sul Naviglio, presidio degli operai contro lo sgombero di RimaFlow
Nella foto: operai e simpatizzanti manifestano in attesa che arrivi l’ufficiale giudiziario a consegnare l’ordinanza di sgombero

L’articolo 43 della Costituzione italiana per un carattere di preminente interesse generale già prevederebbe la possibilità di “…trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese…”.

Eppure questo, come altri diritti, previsti sulla carta sono negati nella realtà. Si moltiplicano quindi le comunità di operai, lavoratrici e lavoratori di aziende che chiudono o delocalizzano che, di fronte a questo orizzonte di miseria fuori dal lavoro, si organizzano per occupare e autogestire in differenti forme cooperative le imprese spesso ridisegnando un nuovo senso produttivo, sociale e mutualistico.

Di seguito pubblichiamo una interessante recensione da La Bottega del Barbieri al libro «Le fabbriche della cooperazione».
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Disegno di legge delega sul lavoro. Rischio “deriva ungherese”

Valerio De Stefano, insegnante di diritto del lavoro all’Università di Leuven in Belgio, lancia l’allarme. Il governo M5S-Lega il 28 febbraio scorso ha pubblicato un comunicato stampa in cui in sordina annuncia di aver approvato un “disegno di legge delega” (su cui quindi sarà direttamente il Governo e non il Parlamento ad esercitare la funzione “legislativa”) per riformare il mercato del lavoro.

Negli intenti del governo con questa riorganizzazione “si eliminano i livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti per l’adeguamento alla normativa europea”. In sostanza tutto quello che la nostra legislazione e Costituzione prevede come tutele minime sul lavoro potrebbe essere cancellato e in completa disponibilità di una riscrittura.

Questo per due motivi. In materia di lavoro la direttiva europea garantisce molto meno delle normative italiane di per sé già in via di smantellamento da anni con Berlusconi, Monti e Renzi. Basti pensare che la UE prevede per le madri lavoratrici un congedo di maternità obbligatorio di sole 2 settimane. Inoltre, fatto ancora più pericoloso, il diritto individuale e quello sindacale sono trattati pochissimo dalla UE per cui un governo, di fronte a questo si troverebbe mano libera ad azzerare le tutele residue portandoci al rischio del modello ungherese della cosiddetta “legge della schiavitù”.
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#Lottomarzo. Lavoro femminile e mercato BES-tiale

di Sara Visintin – L’8 marzo le donne scenderanno in piazza contro uno sfruttamento generalizzato che si manifesta in ogni ambito produttivo e riproduttivo. Quest’anno in Italia lo sciopero e la protesta della marea femminista assume particolare importanza visto il feroce attacco che il governo giallo-verde sta mettendo in campo contro le donne.

Nella condizione del lavoro produttivo e riproduttivo, da tempo il capitalismo ha fatto proprio un approccio patriarcale e una femminilizzazione del lavoro non solo come modello di inclusione subordinata del lavoro delle donne, ma anche come “metafora” dei processi di valorizzazione capitalistici che investono il lavoro di entrambi i generi.

Dobbiamo rivendicare forme di accesso ad un reddito come riconoscimento sociale per tutto il complesso di lavoro non retribuito, per scardinare la dicotomia tra lavoro produttivo e riproduttivo e per riappropriarci di parte della ricchezza prodotta da tutto l’insieme del lavoro e del non lavoro.

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo e scenderemo in piazza contro la violenza economica, lo sfruttamento e la precarietà.
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Appello delegate e delegati per l’8 marzo. Noi scioperiamo

La segreteria nazionale della CGIL, pur di eludere l’appello alla mobilitazione dello sciopero femminista dell’8 marzo rinchiude le delegate, in una sala auditorium a Roma con il paradosso che, mentre la Camusso condurrà questa assemblea al chiuso del Policlinico Umberto I, le strade fuori da quelle mura si riempiranno di donne che intendono questa invece come giornata di lotta.

Questo sotto, tratto dal sito di #NonUnaDiMeno è l’appello delle delegate CGIL, e non solo, a stare invece fuori nelle piazze per #lottomarzo e assumersi un impegno diretto per la riuscita dello sciopero. Firmiamo e diffondiamo questo appello per/dai luoghi di lavoro.
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Liberalizzazione degli orari: tra voltafaccia gialloverde e sofferenza al lavoro

Infoaut – Il Salva Italia del governo Monti il 1 gennaio 2012 decretava la totale liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali e recepiva una normativa europea che garantisce la totale libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali senza contingenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi natura.

I dati Istat sulla distribuzione delle vendite durante i giorni settimanali dimostrano come la domenica non è il giorno in cui si registrano il più alto numero di vendite ma è il sabato seguito poi dai giorni feriali.I consumi non sono aumentati con le aperture domenicali e sono compressi per i bassi salari di lavoratori stabili e non. Le vendite che sono cresciute notevolmente sono quelle legate all’e-commerce e alla Gig Economy (all’incirca del 13%), mentre quelle dei punti vendita fisici hanno avuto un calo (del 1.5%).

La discussione interna all’attuale governo giallo-verde è impantanata sull’ennesima boutade delle promesse elettorali grilline che si sciolgono di fronte alle rigidità liberiste leghista nel tentativo comune di garantire una fascia della società ben specifica, costituita principalmente dalla classe media dei piccoli commercianti.
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Male il reddito di cittadinanza. Peggio le critiche di PD e Confindustria

Ci sono tanti motivi per attaccare il #redditodicittadinanza varato dal governo gialloverde.

E’ una misura che come autoconvocat* abbiamo già denunciato si basa sul ricatto del workfare che prevede l’accesso a sussidi minimi di povertà previa accettazione della deportazione lontani da casa, con l’obbligo di svolgere lavori dequalificati e con stipendi da fame. Una misura utilizzata come l’ennesimo finanziamento a perdere verso imprese e agenzie di somministrazione private senza nessuna politica o obbligo di stabilizzazione e redistribuzione di ore di lavoro dignitoso, senza imporre tutele universali e minimi salariali orari fissati e inderogabili. Una forma di reddito quella presentata da Di Maio, insomma, costruita su una logica culturale di colpevolizzazione dei disoccupati e di guerra ai poveri (invece che alla povertà) che, seguendo il filone dell’Hartz IV in Germania o del Jobseeker’s Allowance (JSA) britannico, elargisce elemosina di #welfare in cambio della disponibilità a lavorare a qualsiasi condizione.

Circolano però in questi giorni anche delle “obiezioni addirittura peggiori della misura stessa”, come hanno scritto giustamente le Camere del Lavoro Autonomo e Precario.

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A reddito di merda, lavoro di merda!

Talmente è difficile oggi accedere ad un lavoro stabile che spesso si dà per scontato che a un contratto di assunzione corrisponda un salario sufficiente ad arrivare a fine mese e mantenere una famiglia. I dati ci dicono che non è affatto così.

Accanto al rischio di disoccupazione tecnologica dell’Industria 4.0, si stanno diffondendo sempre più i modelli della Gig Economy e dell’economia digitale insieme a tipologie di lavoro gabbia, ossia di “bassa qualità”, “bassa intensità” e senza prospettive migliorative.

Se disoccupazione, precarietà e bassi salari sono le emergenze sulle quali reclamiamo un’inversione di tendenza, questa inversione avverrà solo concependo questa battaglia anche contro le disparità di genere e generazionali.

Il reddito di cittadinanza si basa sul ricatto del workfare che prevede l’accesso a sussidi minimi di povertà previa accettazione della deportazione lontani da casa, con l’obbligo di svolgere lavori dequalificati e con stipendi da fame giustificati dalla filosofia: meglio un lavoro e un reddito di merda che non lavorare e non avere nessun accesso a un reddito.

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