Lavorare senza padroni: fra Italia e Argentina

Chi oggi perde il lavoro o andrà in cassintegrazione perché la sua azienda è in crisi, chiude o delocalizza ha davanti a sé un futuro di disoccupazione e miseria in solitudine. Gli ammortizzatori sociali ormai sono  il viatico per la mobilità e i licenziamenti, e l’azione sindacale è rivolta quasi solo al loro utilizzo. Mentre i governi impongono tagli e controriforme per mantenere alti i profitti di banche e imprese, gli unici ad andare veramente in “default” in questo paese sono i lavoratori e le lavoratrici dipendenti, i precari, i cassintegrati ed i disoccupati.

Foto LaPresse – Vince Paolo Gerace
28/11 /2018 -Trezzano sul Naviglio (MI)
Cronaca
Trezzano sul Naviglio, presidio degli operai contro lo sgombero di RimaFlow
Nella foto: operai e simpatizzanti manifestano in attesa che arrivi l’ufficiale giudiziario a consegnare l’ordinanza di sgombero

L’articolo 43 della Costituzione italiana per un carattere di preminente interesse generale già prevederebbe la possibilità di “…trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese…”.

Eppure questo, come altri diritti, previsti sulla carta sono negati nella realtà. Si moltiplicano quindi le comunità di operai, lavoratrici e lavoratori di aziende che chiudono o delocalizzano che, di fronte a questo orizzonte di miseria fuori dal lavoro, si organizzano per occupare e autogestire in differenti forme cooperative le imprese spesso ridisegnando un nuovo senso produttivo, sociale e mutualistico.

Di seguito pubblichiamo una interessante recensione da La Bottega del Barbieri al libro «Le fabbriche della cooperazione».

di Daniele Barbieri – Lavoratori che recuperano le aziende fallite o in crisi. Se volete dirlo in sigla (inglese) è Wbo: Workers Buy Out. Il 12-13 aprile a Milano – anzi a Trezzano sul Naviglio (*) – se n’è parlato presso la «fabbrica recuperata» Rimaflow (**). I posti di lavoro salvati, con differenti forme di autogestione, in Italia sono 7500, circa 15mila se si calcola l’indotto. In Argentina dove il fenomeno è nato (o storicamente rinato, se preferite) per la crisi economica del 2001 e poi dal 2009 i dati, aggiornati al 2016, contavano 15.948 lavoratori e lavoratrici nelle 367 “imprese recuperate” che evidentemente salgono contando l’indotto.

Per capire cosa sta accadendo è indispensabile la lettura di «Le fabbriche della cooperazione» (Ombre Corte editore: 224 pagine per 18 euri) di Marco Semenzin, uscito in gennaio, con il sottotitolo «Imprese recuperate e autogestite fra Argentina e Italia». Un lavoro sul campo, studiando (e in un caso partecipando alla produzione, spostandosi nei vari reparti) per tre mesi una fabbrica metalmeccanica in Argentina e per due mesi e mezzo una ceramica in Italia.

«Le imprese recuperate possono essere definite come organizzazioni economiche che, a seguito di un processo fallimentare, sono state rilevate e gestite direttamente dai lavoratori e hanno assunto la forma cooperativa».

Il lavoro di Semenzin indaga tre questioni: «I rapporti produttivi» e dunque mansioni, ritmi, tecnologie, gerarchia; «i rapporti sociali» dunque consenso, conflitti, partecipazione, leadership, organizzazione, soggettività; «l’organizzazione e il suo ambiente» dunque i rapporti con il mercato, con il territorio e con le più varie istituzioni. Oltre all’osservazione diretta, lo strumento principale della ricerca è l’analisi delle «interviste realizzate in fabbrica ai lavoratori e alle lavoratrici»: 29 alla argentina Impa e 30 all’italiana Ceramik (ma in questo secondo caso Semenzin non ha usato il vero nome, per le ragioni che spiega nel libro).

La ricerca è strutturata in 4 capitoli. «Il primo fornisce il quadro di contesto in cui sorgono le esperienze di recupero in Argentina e in Italia». Nel secondo si ragiona sulle idee e sulle pratiche storiche di autogestione e cooperazione. Il terzo e il quarto capitolo sono «le etnografie dei due casi di studio». A chiudere il libro le riflessioni dell’autore.

Moltissimi i passaggi del libro da segnalare, decisamente troppi per una recensione. Qui accenno solo a due questioni: le grandi diversità politiche fra i lavoratori e lavoratrici dei due Paesi, da un lato; e dall’altro la partecipazione emotiva (“lo strippo” diremmo noi romanacci) dell’autore, in particolare «una forte delusione sul piano politico».

Quando, verso la fine del libro, Semenzin abbandona la simbolica giacca del ricercatore e indossa la felpa del militante scrive, parlando dell’esperienza argentina: «Non è possibile negare che il mio interesse per il fenomeno studiato abbia radici politiche […] Il disinganno e lo sconforto che ne è seguito sono stati molto forti […] Rabbia e risentimento, in parte indirizzati verso me stesso, per non aver saputo scegliere un caso adeguato».

A me questa confessione emotiva appare un ulteriore pregio: non credo nella neutralità e come lo stesso Semenzin ricorda l’osservatore «non è una mosca appoggiata al muro». Chi osserva partecipa – lo voglia o no – e interagisce. Decidendo poi cosa raccontare e cosa tacere. Bugiardo chi dice il contrario.

Ricordo che in rete è possibile vedere «La fabbrica senza padroni: FaSinPat, una storia di riappropriazione»: www.distribuzionidalbasso.com/la-fabbrica-senza-padroni

(*) ne ha scritto qui Salvatore Cannavò: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/04/12/quando-i-lavoratori-in-fabbrica-fanno-da-se/5104812/

(**) in “bottega” se n’è parlato più volte: per esempio qui RiMaflow deve vivere e qui Ri-Maflow: il reato di lavorare senza padrone

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